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Il Silenzio Altrui: mutismo consapevole
L'altro ieri ero al bar. Non facevo niente di speciale, giusto il mio rituale: colazione, cappuccino, brioches, sguardo nel vuoto, tentativo di non pensare alle 345mila cose di lavoro, poco prima prima di entrarci. Accanto a me, un tizio al telefono. Non parlava, GRIDAVA. Argomento: la fattura del commercialista. Dettagli: TUTTI. Li ho saputi. Che ha sbagliato codice, che l'IVA non torna, che sua moglie dice che lui non capisce niente. Alla fine sapevo più io della sua dichiarazione dei redditi che della mia.
Nessuno gli ha detto niente. Nessuno ha osato. Perché il silenzio è quella cosa strana che pretendiamo per noi ma dimentichiamo per gli altri. Come il parcheggio davanti casa: sacro quando ci dobbiamo entrare noi, trascurabile quando ci parcheggia il vicino.
Il rispetto del silenzio altrui, vedete, è una forma di cortesia profonda. È dire: "La tua pace vale quanto la mia". È riconoscere che l'altro esiste anche quando non parla, che i suoi pensieri sono affari suoi, che non tutto deve essere riempito di suoni, parole, notifiche, commenti.
E invece no. Invece viviamo nell'epoca del rumore obbligatorio. Treni dove chiunque si sente in diritto di farti ascoltare la sua musica (che fa schifo, tra l'altro, quasi sempre). Sale d'attesa dove il tipo accanto commenta il telegiornale ad alta voce con se stesso. Palestre dove istruttori urlano motivazioni come se fossimo soldati in guerra contro la pancetta.
Il silenzio altrui è diventato una specie di bene di lusso. Come l'olio extravergine buono o il topper-materasso in hotel,. Tutti lo vogliono, pochi sono disposti a pagare il prezzo di garantirlo agli altri.
La verità? Il silenzio non è solo assenza di rumore. È spazio. È la pausa che permette alle parole di avere senso. È il bianco intorno alle cose che le fa respirare. Quando lo rispetti negli altri, stai dicendo: "Ti concedo il lusso di esistere senza di me, anche solo per un attimo".
E poi c'è il silenzio complicato. Quello che dovresti fare quando qualcuno si confida e tu, invece di ascoltare, pensi già a cosa rispondere. Quello che dovresti osservare quando vedi uno che guarda il mare e capisci che non è lì per fare due chiacchiere. Quello che richiede più forza di una discussione, più presenza di un consiglio.
Una volta ho fatto un esperimento: sono stato zitto per un'intera cena con un amico chiacchierone. Lui parlava, io ascoltavo. Fine. Niente interruzioni, niente "ah anche a me", niente aneddoti personali. Alla fine mi ha ringraziato. "Non mi ero mai sentito così ascoltato", ha detto. Io non avevo fatto niente. Avevo solo taciuto. E quello, a quanto pare, è un regalo.
Poi certo, ci sono le eccezioni. La nonna che vuole raccontarti la stessa storia per la quarta volta. L'amica che ha appena lasciato il fidanzato e ha bisogno di sfogarsi. Il bambino che scopre le parole e te le rovescia addosso come secchiate di gioia. Quello non è rumore. Quello è vita. E lì il silenzio sarebbe scortese.
Ma per tutto il resto? Per le chiacchiere inutili, per i video a volume alto sui mezzi, per le telefonate in vivavoce al supermercato (sì, tu, che fai la spesa mentre mamma ti spiega come si fa la carbonara) – per tutto questo, un po' di silenzio, forse, salverebbe il mondo.
O almeno, salverebbe i nostri nervi.
E quelli dei nostri vicini.
Che magari, mentre tu gridi della fattura, loro stanno solo cercando di ricordarsi chi sono, in pace.
Ecco, forse è questo il punto: il rispetto del silenzio altrui è il permesso che diamo agli altri di esistere senza di noi. Ed è una delle cose più generose che si possano fare.
Quindi, la prossima volta che stai per alzare la voce o vuoi ascoltare musicaccia al telefono in treno, fermati un secondo.
Pensa: e se fossi tu, dall'altra parte?
E magari, per una volta, taci.
Che poi, si sa: chi tace, qualche volta, accarezza.
P.S. compratevi le cuffie!